Perchè si aggiunge il luppolo nella birra? Chiedetelo ai monaci benedettini!

Perchè si aggiunge il luppolo nella birra? Chiedetelo ai monaci benedettini!

Chi fu il primo ad utilizzare il luppolo nella birra? Quali sono le sue proprietà?

La birra ha origini antichissime e veniva prodotta utilizzando diversi ingredienti e diverse aromatizzazioni. Alla base di tutto c’era la fermentazione di diversi cereali, non solo orzo ma anche avena, frumento…….. che a volte venivano aggiunti senza il processo di maltificazione.

Il lievito fu aggiunto solo nel XIX secolo in seguito agli studi di Pasteur, prima per avviare la fermentazione veniva aggiunta alla nuova cotta il fondo di birre forse un po’ inacidite.

Le aromatizzazioni si sprecavano e ancora oggi molti birrifici ne usano diverse: zucchero di canna, ortica, frutta, spezie……..

Ma il luppolo chi iniziò ad usarlo e perchè?

Il luppolo è una pianta che fa parte della famiglia delle Cannabacee, cresce selvatica abbondante in tutta Europa, nei fossi e canali, raggiunge anche 5/6 metri di altezza ed ha un discreto potere infestante. Le infiorescenze femminili si assomigliano alle cime degli asparagi, ma sono meno compatte ed hanno un sapore intensamente amaro.

Probabilmente alcuni birrari iniziarono ad usarlo proprio per rendere amara la birra. Si sa che l’amaro è dissetante e non c’è nulla di meglio che una birra fresca per far passare la sete. Le prime tracce del suo utilizzo nella produzione di birra all’interno di un monastero, le troviamo

Ma il luppolo ha altre proprietà che hanno reso la birra la bevanda che oggi conosciamo. Il luppolo è un potente antiossidante e quindi conservante.

La leggenda delle botti di luppolo

La leggenda vuole che un monastero benedettino, custodiva nelle proprie cantine alcuni barili di luppolo essicato pronto per essere utilizzato per aromatizzare la birra. Successe che avvenne un’alluvione che allagò tutte le cantine e quindi i fusti. Il monaco dispensiere, asciugata l’acqua nella cantina prese i fusti dove era conservato il luppolo per buttarli, quando li aprì, si accorse però che l’acqua al suo interno non era marcita, non puzzava. Capì allora che il luppolo aveva preservato l’acqua dalla putrefazione. Da quel momento lo utilizzò in quantità sufficienti per conservare la birra che così poteva essere meglio affinata in botti e utilizzata dopo diverso tempo dalla sua produzione.

Il ruolo di Santa Ildegarda nella conoscenza del luppolo come antiossidante

Questa appena narrata è una leggenda, ma c’è qualcosa di vero se pensiamo che Santa Ildegarda di Bingen, di cui abbiamo già parlato, nella seconda metà del XII sec. nel suo trattato naturalistico “Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum” parla così del luppolo: Il luppolo è caldo e secco, contiene un po’ di umidità e non presenta grande utilità per l’uomo, poiché aumenta in lui la melanconia, provoca tristezza nella mente e appesantisce le viscere (1). Tuttavia, grazie alla sua amarezza, blocca la putrefazione di certe bevande alle quali lo si aggiunge, al punto che possano conservarsi molto più a lungo.

Se pensiamo a quanto il carisma di Santa Ildegarda fu influente nella vita spirituale e aristocratica dell’epoca, si può credere che abbia avuto un ruolo fondamentale nella diffusione di questa conoscenza soprattutto in ambito monastico. La diffusione dei monasteri in Europa garantì anche la diffusione di questa nuova consapevolezza sulla birra. La conservabilità permise di poterla trasportare, affinare e quindi commercializzare. Il luppolo e l’orzo divennero sempre più richiesti e quindi coltivati. Non solo, la disponibilità di una bevanda calorica a basso costo e con una buona conservabilità, aiutò lo sviluppo e l’esistenza dei monaci e delle popolazione dell’Europa centrale in periodi di carestia.

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