La rivoluzione agricola Benedettina nell’alto medioevo

La rivoluzione agricola Benedettina nell’alto medioevo

Come i benedettini e il monachesimo contribuirono alla modernizzazione dell’agricoltura nell’alto medioevo

Con la caduta dell’impero romano e l’insediarsi dei re “barbari” una profonda crisi economica e del medio ceto gravato da tasse insostenibili, provocò una profonda crisi nel modello agricolo che la pax romana aveva garantito nei secoli precedenti in Italia, questo causò lo spopolamento delle zone rurali e un restringimento della cerchia delle città che si chiusero su sè stesse. Nei primi secoli DC il paesaggio era dominato dalle foreste, che ricoprivano gran parte del continente europeo e ampie paludi.

In Italia il Piemonte era ricoperto di boschi; un’enorme foresta copriva nella pianura padana gran parte del territorio veronese. La palude dominava le province di Venezia, Ferrara e Ravenna fino alle porte di Bologna. Tutto l’apennino era allo stato selvaggio. La crisi economica, ma anche culturale provocò un profondo cambiamento nel concetto di agricoltura. Considerata dai romani fonte di scambio commerciale e di ricchezza, divenne sola fonte di sostentamento, privando il ceto medio della fonte di guadagno e trasformando i produttori di olio, vino, grano, farina in braccianti al servizio dell’aristocrazia che possedeva grandi apezzamenti di terreno.

Ma alla fine del VI sec. si diffusero luoghi che non conobbero questa crisi: i monasteri.

La concezione del lavoro come condizione di relazione col Mistero e la necessità di autosostenersi furono la base di ogni tipo di attività monastica. In agricoltura i monasteri divennero floridi centri agricoli avanzatissimi. Ovunque andassero, i monaci portavano raccolti, industrie o metodi di produzione che nessuno aveva mai visto prima. Introducevano qui l’allevamento del bestiame e dei cavalli, lì la fabbricazione della birra, o l’apicoltura, o la frutticoltura. Dovettero ai monaci la propria esistenza il commercio del grano in Svezia, la

fabbricazione del formaggio a Parma, i vivai di salmone in Irlanda e, in moltissimi luoghi, le vigne più amene. Fu una vera rivoluzione agricola.

I monaci costruivano canali di irrigazione e laghi artificiali al fine di distribuirle durante le siccità. I monaci dei monasteri di Saint Laurent e di Saint Martin in Francia, visto che le acque delle sorgenti si disperdevano inutilmente nelle pianure di Saint Gervais e Belleville, decisero di deviarle su Parigi. In Lombardia i contadini appresero dai monaci l’arte dell’irrigazione, che contribuì in modo determinante a render celebre quella regione in tutta Europa per la sua fertilità e le sue ricchezze. Inoltre, i monaci furono i primi a lavorare per il miglioramento delle razze di bestiame, sottraendo quest’opera al caso.

 

Le paludi avevano preso il posto di campi un tempo fertili, e gli uomini che avrebbero dovuto lavorare la terra

disprezzavano l’aratro considerandolo degradante. Ma i monaci emersero dalle loro celle per andare a scavare canali di scolo e arare i campi fino ad avere in abbondanza per il monastero e vendere ciò che rimaneva, ravvivando il commercio agricolo perso dai tempi dei romani.

Oggi rimane qualcosa di questa esperienza nelle straordinare birre trappiste, nella lavorazione del cioccolato, in grandi vini. In Italia un modello simile ai monasteri dell’alto medioevo si è insediato da qualche anno in maremma, creando dal nulla una efficente azienda agricola biologica. Il monastero benedettino di SILOE produce grano dal quale ricava anche pasta secca, è tra i più rinomati produttori di peperoncino coltivandone una ventina di specie. Producono ottime lenticchie e ceci, e non in ultimo un eccezionale olio toscano. Ne producono in abbondanza dando a noi la possibilità di commerciarlo e farlo avere a tanti avventori ogni anno.

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